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L’architetto condotto. Rigore, sobrietà e molta curiosità

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Casabella 891

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2018

FC Inizierei la nostra conversazione dalla mostra monografica act_ romegialli, il senso della forma che avete realizzato per l’Archivio Cattaneo, in provincia di Como, nel 2009: un’occasione per fermarvi a fare il punto sul lavoro del vostro studio che esiste dal 1996. Qual è stato il taglio con cui avete presentato i vostri lavori?
GR Lavorare sulla sezione che misura i dislivelli e lo spazio architettonico è tra le attività che più mi appassionano dell’atto di progettare. Alla mostra per l’Archivio Cattaneo abbiamo realizzato dei sottili fogli metallici decappati tagliati al laser in cui si rappresentavano proprio le sezioni di progetti realizzati e in corso di realizzazione. Era presente anche il modello della passerella ciclo-pedonale di Mandello Lario che poi ho esposto, rivisitato, in occasione della mostra con Enrico Taglietti e Brad Lowe In Light of Shadows a Canberra, per la quale abbiamo realizzato alcuni manufatti che lavoravano sull’idea dell’ombra e della luce. Si trattava di oggetti anche piccoli che, ricevendo la luce, per la loro struttura o per la loro superficie mutavano in parte aspetto. Oltre all’asta metallica Dynamic Light, che nasce da una sequenza matematica e che nel ricevere la luce sembra in movimento, abbiamo esposto, tra gli altri, un oggetto che abbiamo pensato in rame e pietra ollare, una pietra tipica della Valmalenco, non lontano da Morbegno in provincia di Sondrio, dove vivo e lavoro.
FC Prima di esplorare i rapporti “Morbegno/Canberra” che tanta parte rivestono nel suo percorso, mi soffermerei un attimo sui ragionamenti che ha esposto sui materiali, sulle superfici e sugli oggetti, che mi sembra siano connessi con l’incarico che porta avanti, da ormai qualche tempo, per l’azienda di mobili Fioroni. Come nasce questa occasione progettuale e con quali finalità?
GR La collaborazione con Walter Fioroni nasce in prima istanza da un’amicizia. Il proprietario di Fioroni infatti, sensibile all’architettura, all’arredo e al design, desiderava intraprendere una via che gli desse maggiore soddisfazione. In Valtellina, episodi precedenti di collaborazioni con architetti avevano portato solo a eventi di presentazione, ma in realtà il mobile non entrava in produzione. In questo caso abbiamo convenuto di mettere in piedi qualcosa di serio e sistematico, che piano piano sta crescendo. Abbiamo deciso di coinvolgere bravi grafici per il brand, bravi fotografi per comunicare gli oggetti e soprattutto scegliere amici architetti che io stimo molto. Il senso generale era disegnare mobili attinenti al mondo alpino. I materiali scelti sono diretti, semplici ed esprimono la loro funzione in modo chiaro. Si tratta, oltre a noi, dello studio di grafici e architetti ticinesi CCRZ, dello studio Pasquini Tranfa di Milano e di Guscetti di Locarno. La collezione di mobili presenta un comune registro di sobrietà, semplicità formale e logica costruttiva che cerca di attribuire al materiale una chiarezza di funzione.
FC Questo rigore nell’utilizzare pochi materiali nei progetti, la sincerità costruttiva e, in generale, questa attenzione al mondo alpino mi sembra che tornino a più riprese nei suoi lavori. Forse questo atteggiamento va ricercato indietro nel tempo? Quando ritiene di averlo fatto proprio?
GR Innanzitutto desidero precisare che non c’è mai fine alla mutazione, alla ricerca e alla curiosità. Non si trovano risposte e si continuano ad aprire domande da quando ci si laurea. Quando di un progetto io comprendo qual è il ruolo di tutto ciò che compone il linguaggio dell’architettura, che sia di tipo funzionale o di tipo compositivo, allora credo sia un buon risultato. Nella tendenza attuale di involucri super performanti, spesso faccio più fatica a comprendere il legame tra struttura, linguaggio espresso dalla facciata e un certo tipo di proporzione. È il mio modo, forse fuori moda, di pensare. Mi piace fare un salto indietro: da giovanissimo sono stato un corridore di motociclette, ho gareggiato con passione per anni in diverse parti del mondo. La motocicletta significa libertà e velocità. Subisco il fascino dell’estetica della moto, in costante e profondo equilibrio tra bellezza e necessità, poiché tutte le cose che contiene sono necessarie al suo funzionamento. Esiste una sorta di necessità reciproca delle parti. È un oggetto che mi piace, anche in virtù del fatto che molto poco è concesso all’estetica fine a se stessa.
FC Come non pensare alle analogie tra questa essenzialità, questa assenza di orpelli e l’economia del mondo alpino?
GR Infatti. Questa stessa parsimonia di risorse viene applicata in ambiti duri ed estremi, dove esistono difficoltà logistiche. La necessità di essere razionali è applicabile anche al mondo dell’architettura alpina. E in effetti delle mie zone mi piace il piccolo agglomerato costruito sul pendio, il percorso che lo raggiunge, l’attraversamento, il principio insediativo, più che il grande monumento. In sintesi, sono attratto dalla frugalità di elementi che, messi insieme in equilibrio, generano un rapporto interessante con il paesaggio naturale.
FC Le propongo un salto di luogo, che quasi nulla ha a che vedere con il mondo alpino, dove però vedo che alcuni principi di necessità sono stati applicati e sono divenuti temi di progetto. Mi riferisco al recente progetto per Venezia.
GR In effetti, nel progetto di casa a Venezia (pag. 76), la ristrutturazione di un piccolo appartamento al piano terreno, la “vasca”, che deve proteggere l’area abitata durante i fenomeni di alta marea, è l’elemento che caratterizza tutto lo spazio. In generale interpretare le condizioni che sono alla base del progetto, la cultura in cui esso è inserito offrono la possibilità di ottenere degli spunti per progettare con le condizioni che sono date. Così pure è per la piccola casa in Sicilia che sto progettando. I manufatti, che servono al consolidamento di questa residenza nel centro storico per ottemperare alla legge sismica, sono stati alla base dell’organizzazione dello spazio interno: un tema progettuale che nasce dalla necessità. In questa occasione ho avuto modo anche di incontrare Maria Giuseppina Grasso Cannizzo e di visitare insieme  cui la casa negli ulivi nei pressi di Noto.
FC Le succede spesso di incontrare altri professionisti proprio nel loro luogo di lavoro e visitare le loro opere?
GR Ancora mi appassiona quello che faccio e fa parte del mestiere essere curioso. Quando mi avvicino a opere con le quali percepisco che c’è assonanza di atteggiamento progettuale, mi piace andare a vedere le architetture e se l’occasione diventa anche lo spunto per sentire dalla viva voce del progettista il suo racconto, questo è un arricchimento ancora maggiore. Ritengo che gli spazi che progettiamo abbiano molti condizionamenti esterni, ma nel nostro patrimonio di esperienze, sensibilità che sono tramandate di generazione in generazione, abbiamo un modo di percepire lo spazio che ci portiamo dentro e quindi reagiamo in un determinato modo. Davanti a un progetto mi chiedo sempre se ciò che vedo realizzato esprima in modo chiaro e diretto la propria funzione e la propria necessità. Questo rapporto tra gli elementi, che sono il corpo dell’architettura, genera un linguaggio che può essere di armonia, di dissonanza, di proporzione, di equilibrio… In sostanza è ciò che mi comunica un edificio, al di là della tecnologia utilizzata. Di progetto in progetto, nella nostra esperienza di architetti cambia il luogo, cambia l’identità culturale del luogo in cui operiamo e, soprattutto, cambiamo noi. Siamo in mutazione, siamo alla ricerca, siamo in condizioni sempre diverse, anche da un punto di vista psicologico. Cambiano le nostre esperienze di vita, di maturità, di evoluzione e di involuzione.
FC Riesce a cogliere alcune fratture tra i suoi progetti proprio rispetto al cambiare delle sue sensibilità?
GR Evoluzione o involuzione che sia, si va avanti, attraverso esperienze, conoscenze e dubbi. Nei primi anni ci sono più certezze, che si formano anche nel mondo universitario e accademico. Diceva il mio professore, Sergio Crotti: «Per trasgredire le regole, bisogna conoscerle». Negli anni della formazione accademica in effetti c’è una maggiore ortodossia nell’agire, nel seguire un certo linguaggio nell’architettura. Poi le esperienze, i viaggi, gli incontri permettono di evolvere. Allora questi riferimenti accademici subiscono un processo di maturazione e sedimentazione da parte dell’individuo e si trasformano in qualcosa di più personale. Visitando l’architettura, gli spazi, si arriva a comprendere ciò che realmente ci emoziona come individui. Io penso che ci sia dentro ognuno di noi un’idea di spazio, al di là che si sia architetti o meno. Non siamo indifferenti agli spazi che frequentiamo, anche a livello ancestrale, perché abbiamo da sempre costruito per proteggerci, per affermare la nostra presenza. Solo gli aborigeni d’Australia hanno passato secoli a mantenere incontaminato il loro territorio senza costruire; noi invece siamo diversi: siamo fondatori. Rispetto ai miei progetti trovo che si colga una frattura, per esempio, tra la Casa delle guide alpine in Valmasino che aveva riferimenti con la storia dell’architettura, guardava a Le Corbusier, si confrontava con le fortificazioni in Valle d’Aosta. Si interessava di come i grandi manufatti si sono rapportati alle montagne. Possedeva un linguaggio severo e una composizione più rigida. Viceversa, il deposito di imbarcazioni a Mandello risente, credo, delle mie esperienze in Australia: è leggero, aperto, trasparente.
FC Tornando ai cambiamenti nelle proprie sensibilità, mi sembra utile compiere un ulteriore raffronto tra la Casa delle guide e il padiglione per la piscina per la villa del Roccolo. La Casa delle guide si erge e si impone nel paesaggio, pur avendo comunque delle tecniche mimetiche per quanto concerne i materiali, mentre il padiglione si confronta con i temi della topografia e dell’integrazione.
GR Per fortuna, in trent’anni sono anche cambiate le sensibilità riguardo alle questioni ecologico-ambientali del nostro pianeta. Anche in Italia ho visto delle trasformazioni rispetto a tematiche in merito alle quali, per esempio, in Inghilterra e Olanda erano già da tempo molto più evoluti. Esiste un rapporto più gentile con la natura e si sperimenta il piacere di contemplare un albero. Dove sono cresciuto si associava all’elemento naturale anche una buona dose di fatica e voglia di emanciparsi dal lavoro. Vent’anni fa andai per la prima volta in Australia, a Sydney, per intervistare Glenn Murcutt con Massimo Tadi attraverso Enrico Taglietti. Imparammo a capire il perché di queste architetture così delicate sul territorio, nella gestione delle correnti e dell’orientamento dei fronti. Questi sono momenti che tipermettono di aprire nuovi scenari, nuovi modi di lavorare al progetto.
FC Mi racconta meglio questo rapporto con uno dei suoi mentori più citati, Enrico Taglietti e, in generale, con l’Australia?
GR Enrico Taglietti (Milano, 1926) è un architetto italiano che alla fine degli anni Cinquanta è stato mandato in Australia per realizzare una mostra sul design attraverso la Triennale di Milano. Ha trovato un’Australia in pieno sviluppo. È rimasto a Canberra, che stava diventando la sede delle Ambasciate e ha deciso che questa città lo svincolava dal rapporto con la Storia, così forte in Italia. Voleva confrontarsi solo con la luce e con la naturalità di questo luogo, dove reinventare un suo linguaggio. Attraverso di lui ho avuto modo di conoscere tutti i più bravi architetti australiani, ho visitato le sue opere, calate nella realtà della Wilderness che, con il tempo, mi hanno sempre più intrigato e affascinato. Manteniamo dei fitti scambi e io frequento l’Australia annualmente. Ho sperimentato spazi potenti, che emozionano, con questi muri che nascono dal terreno, sorta di termitai con coperture che ricoprono tutto, che annullano la composizione della facciata con scavi profondi.
FC Facciamo ancora un passo indietro e veniamo alla sua famiglia. Lei è nato in un ambiente ricco di stimoli legati al mondo del costruire.
GR Sono nato a Milano, mio padre e mia madre si sono conosciuti al Politecnico studiando architettura alla fine degli anni Cinquanta e quindi sono cresciuto in questo mondo. Mio padre era appassionato e fin da piccolo mi portava a vedere spazi. Ho frequentato Lignano Pineta, esperimento interessante fatto da Marcello d’Olivo (1921–91) e dal più elegante Gianni Avon (1922–2006). Mio padre mi portava in bicicletta a vedere cantieri e architetture, era molto bravo nel trasmettere e coinvolgere, aveva una pazienza infinita. Sono cresciuto a Morbegno, luogo in cui Luigi Caccia Dominioni (1913–2016) ha costruito molto e realizzato edifici che hanno influenzato in modo radicale lo sviluppo di questo paese. Mio padre ha seguito la direzione lavori per la biblioteca di Morbegno e ho vissuto in una casa progettata dal “Caccia”. Per la mia formazione una figura determinante è stata quella di Paolo Caccia Dominioni (1896–1992), cugino di Luigi. Paolo Caccia Dominioni era ingegnere, architetto e scrittore. Ha lasciato disegni straordinari. Ha speso una vita inAfrica, comandante del battaglione del Genio Alpino e ha partecipato, tra le altre, alle battaglie di El Alamein (1942), dove poi ha progettato il sacrario il cui impianto è stato ripreso nel tempietto di foggia alpina da lui progettato a Morbegno.
FC Tornando alla frequentazione dei cantieri avvenuta già in giovane età, molti suoi progetti presuppongono un dialogo costante con il cantiere e con i suoi artigiani. Lo può confermare?
GR Il fatto di essere cresciuto ed essermi formato in provincia, dove operano tanti bravi artigiani, presuppone una relazione stretta con loro che spesso sfocia in rapporti di amicizia. Anche gli architetti che sono stati per me di riferimento, Caccia, Dominioni prima di tutti, hanno fatto di questo rapporto con gli artigiani una cifra del loro operare. Sono imprinting: quando ero piccolo e mio padre faceva la direzione lavori della biblioteca di Morbegno, Caccia Dominioni aveva preso i sassi del fiume e si era avvalso di artigiani locali per costruire i muri. Ho le lettere in cui mio padre chiede a Caccia Dominioni se i muri erano sufficientemente ben fatti e regolari e lui risponde che dovevano essere fatti in modo spontaneo, lasciando fare a chi li stava costruendo. Sono cresciuto dando molto valore al rapporto che l’architetto instaura con chi poi le cose le deve realizzare. L’edificio per me è come un testo, mi racconta delle cose. Mi piace che l’edificio mi faccia capire il lavoro delle persone che con pazienza lo hanno costruito. Oggi si va incontro a una industrializzazione sempre maggiore dei componenti che devono rispondere a normative. Ciononostante, ancora oggi, dove il tema lo consente, cerco di rendere evidente che quello che viene costruito esprima anche la manualità e la maestria di chi lo ha realizzato. I muri della Casa delle guide sono stati interamente realizzati da due fratelli e ancora oggi, guardando la tessitura muraria, li penso al lavoro. Capisco che oggi risulta sempre più difficile e non si può usare questo approccio per tutti i temi.
FC Da molti suoi ragionamenti si evince come lei tenga l’uomo al centro del progetto, il futuro abitante della casa o l’artigiano che ne realizza il muro, come se riuscisse sempre a stare un passo indietro, pur dimostrando di possedere il controllo del progetto.
GR Voglio esprimere un contributo. Come architetto sono in grado di aprire scenari inaspettati, di tessere relazioni tra gli spazi che forse non sono immediatamente comprensibili o immaginabili dal committente. È sempre necessario alzare l’asticella del problema da risolvere, senza mai dimenticare di mettere insieme le parti in modo equilibrato. A quel punto si lavora per promuovere l’architettura. Col tempo mi piacerebbe sempre più progettare case che abbiano materiali che esprimono durabilità: è diverso essere di fianco a una parete che sia di pietra o cemento, di vetro o di cartongesso. Ti dà sensazioni diverse. Un’architettura, secondo me, deve esprimere un certo senso di permanenza, di stabilità, ancora di più oggi, in questo mondo definito –con parole abusate– senza confini, liquido, trasversale. Abbiamo bisogno di luoghi come punti fermi, approdi dai quali gestire l’ineluttabile cambiamento nei modi di viaggiare, di comunicare. Io non vedo l’architettura che insegue le mode, cerco di opporre un minimo di resistenza all’ultima scoperta scientifica o ritrovato tecnico, anche perché questi fenomeni sono legittimati dalla ricerca, mma anche dal mercato. Non ritengo che l’architettura debba seguire queste trasformazioni. Deve viceversa lasciare sedimentare, perché ha dei tempi diversi. Per quanto riguarda la mia esperienza di visita e conoscenza, quando ho visto realizzare edifici che basavano la loro ragione di essere solo sulla tecnologia più avanzata, li ho sempre visti invecchiare male.
FC A volte penso che lavorare ai margini e fuori dalla metropoli possa favorire questa necessità di “schiettezza”, di “stabilità” e di “distanza critica”.
GR Lavoro in provincia. C’è una dose di pigrizia di fondo in questa scelta. Ci vuole più energia per essere nella metropoli. Stare in provincia significa avere un approccio più diretto e pragmatico in certi processi. Non ci si può specializzare, è come essere un medico condotto. Ci si trova a progettare edifici con le funzioni più diverse e c’è l’impossibilità di “allenarsi” allo stesso progetto. Io credo che in generale noi architetti siamo dei creatori di prototipi, non c’è la serialità. A un problema si dà una risposta che è un unicum, nella maggior parte dei casi. Un esperimento. Al momento mi sto occupando di una stalla, quindi ho dovuto conoscere, capire questo mondo, visitare stalle prototipo in Olanda. Si tratta di una stalla molto grande, per 250 capi, sperimentale. Le mucche saranno free range, libere di girare. Anche in questo caso è necessaria una buona dose di curiosità, per conoscere come si fa una stalla, che in buona parte è una macchina quasi immodificabile da un punto di vista funzionale. Tornando a Morbegno, non abbiamo chissà quanti stagisti che vogliono venire a lavorare ai margini. Quello che continuo a ripetere ai pochi che si avvicinano allo studio è: dovete essere curiosi, guardare, viaggiare e sperimentare. Io non credo che nel nostro mestiere ci sia molto da inventare, si tratta più che altro di mettere insieme cose che altri hanno risolto in modo magistrale nel corso della storia. Non è mai finita con la ricerca e la scoperta. È questo che dà senso a tutto.