Leonardo Mosso. Strutture mobili e giunti elastici
Category
Article
Published by
Casabella 901
Year
2019
with a contribution by Gianfranco Cavaglià
con un contributo di Gianfranco Cavaglià
Casa studio di Nicola e Leonardo Mosso a Graglia, Biella
Le origini biellesi di Nicola Mosso, trasferitosi a Torino nel 1923, lo portano a tornare molto spesso alla casa natale nel paese di Graglia, a pochi chilometri da Pollone e Sordevolo, dove, a cavallo tra le due guerre, era solita radunarsi l’élite intellettuale antifascista che ruotava attorno alle figure di Benedetto Croce e Franco Antonicelli. La casa di Graglia è una residenza modesta, di poche stanze su due piani, che affaccia su un piccolo giardino di accesso e su un’area coltivata a orto con le montagne di sfondo. Benché conservi fedelmente gli elementi principali della costruzione –la distribuzione delle stanze, i muri, il ballatoio esterno, la copertura con orditura in legno e coppi– la casa viene costantemente e continuativamente ristrutturata, con azioni progettuali anche minute che hanno la capacità di integrarsi con sobrietà e con grande rispetto di quanto già esiste. Pur nelle sue dimensioni contenute, la casa ospita al piano terreno lo studio con grande tecnigrafo di Nicola e al primo piano lo studio, con vista sulle montagne, di Leonardo. La compresenza di domestica quotidianità –con il grande camino lapideo in cucina, il tavolo da pranzo, il salotto più formale, o ancora i comò e i letti dell’Ottocento piemontese al piano di sopra– e di afflato progettuale e sperimentale di alcuni ambienti, mette in scena un contrasto forte, che evidentemente rispecchia quanto nella casa via via andava accadendo. Se da un lato, infatti, la residenza veniva frequentata per momenti di riposo, come fine settimana e pause estive, in realtà è diventata sempre più una sorta di avamposto per supervisionare i lavori in corso nel Biellese (di Nicola, tra i tanti edifici, ricordiamo la stazione di Cossato del 1932, esposta alla mostra del Riba a Londra, e l’edificio per l’Unione Industriale a Biella del 1938), per disegnare, progettare, incontrare clienti e artigiani o ancora studiare. Nel 2016, in occasione dei festeggiamenti per i suoi novant’anni alla Biblioteca di Pollone, da lui progettata, Leonardo scriveva, proprio in riferimento a quest’ultima attività: «Il mio Biellese è anche il luogo in cui per anni in una stanzetta della casa di Graglia in vista della Serra ho lavorato sull’opera del mio maestro Alvar Aalto». Sono testimonianza di questa intensità progettuale e di ricerca, oltre che gli strumenti di lavoro presenti in entrambi gli studi, molti materiali documentali, modelli di studio –forse il più interessante un plastico in legno in scala 1:5 per una cappella funeraria nel Biellese– prototipi e planimetrie appesi alle pareti. La casa presenta diversi interventi, dai più leggeri, come l’accostamento di sedie di disegno finlandese di Ilmari Tapiovaara con gli arredi tradizionali, o il prototipo, dal linguaggio nordico, di lampade montate su guida, per lo studio al piano terreno, realizzate in plexiglass e legno, o ancora la stufa di Castellamonte in maiolica da un lato e dall’altro in intonaco affrescato da Nicola. Sono presenti anche interventi più evidenti, ma al tempo stesso molto calibrati, come la scala in legno con parapetto in corda, il grande serramento metallico a doppia altezza che illumina la scala stessa, l’ampio infisso a scorrimento verticale in legno per dare luce allo studio. La dimora, sempre meno frequentata dopo la morte di Nicola nel 1986, è stata, di recente, occasionalmente riaperta e i visitatori hanno apprezzato questa inaspettata dimensione progettuale internazionale, all’interno di un contesto percepito come statico e periferico.
Una vita accanto: Leonardo Mosso e Alvar Aalto
Nel 1955, dopo essere entrato in contatto con l’opera di Alvar Aalto (1898–1976) attraverso letture e ricerche, Leonardo Mosso riceve una borsa di studio dal governo finlandese ed entra poi come tirocinante nell’atelier di Helsinki-Munkkiniemi. A seguito di questo incontro, Leonardo Mosso svilupperà una triplice modalità di approccio all’opera di Aalto: «Una, storica, di decodifica dell’iter processuale di ogni sua opera; una teorica e pratica, di collaborazione progettule con lui; e una terza, di sistemazione e di ricostruzione dall’interno, e quindi dalla realtà stessa dei suoi lavori, dell’impianto complessivo della sua grande ricerca logica e costruttiva». La conoscenza e la frequentazione del corpus di opere dell’architetto finlandese mette Mosso nella condizione di collaborare fattivamente alla pubblicazione dei suoi lavori con articoli in alcune tra le più importanti riviste italiane di architettura –«Casabella-Continuità» (di cui ricordiamo i numeri di archivio: nn. 217/1957, 230/1959, 236/1960, 272/1963) «Parametro», «Zodiac»– e per le Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti che affiderà proprio all’architetto finlandese, coadiuvato da Mosso, la progettazione della villa per la nipote Erica, sulle colline di Moncalieri. Sulle pagine di «Casabella- Continuità», nel presentare la chiesa di Imatra del maestro, Mosso scrive nel 1959, a dimostrazione della profonda conoscenza delle opere e condivisione di intenti: «Anzi, se mi è permessa una considerazione ancor più personale, dirò che il sentimento di religioso amore provato di fronte alla straordinaria capacità di aderenza di Alvar Aalto al genius del luogo dell’architettura –quando, appena giunto in Finlandia, andavo peregrinando dall’una all’altra delle sue opere– si chiarì poi di stagione in stagione e di regione in regione, insieme alla silenziosa magia del paesaggio finlandese». L’ulteriore diffusione dell’opera di Aalto in Italia si realizza compiutamente in alcune esposizioni (con relativi cataloghi), la più nota delle quali, nel 1965, è L’opera di Alvar Aalto a Palazzo Strozzi a Firenze, curata e allestita da Mosso con Riccardo Gizdulich e Federico Marconi, seguita nei primi anni Ottanta da Alvar Aalto by Leonardo Mosso – lettura sistemica e strutturale, realizzata prima a Jyväsylä e poi a Torino. Nonostante la collaborazione ventennale, l’amiciziae la frequentazione assidua dell’Italia da parte dei coniugi Aalto, quasi tutti i progetti in collaborazione Aalto Mosso rimangono sulla carta, tranne la chiesa di Riola (Bologna), terminata dopo la morte del maestro finlandese. Per motivi diversi infatti il progetto per un centro alberghiero, di spettacolo, congressi e uffici a Torino, commissionato da Agnelli (1964–65), il prototipo delle filiali europee Ferrero (1965–70), il centro culturale a Siena (1966), il progetto per il quartiere San Lanfranco a Pavia (1966–69), la Villa Erica a Moncalieri (1969–72) non vengono realizzati. Il grande lavoro su e con Alvar Aalto viene coronato attraverso la fondazione, nel 1979, a tre anni dalla scomparsa del Maestro, dell’Istituto torinese che porta il suo nome e in cui ancora oggi, con la stessa determinazione, Leonardo Mosso conserva le tracce di quell’umanesimo che tanto ha significato nella loro relazione.
Ca’ Bianca, Villa Nuytz Antonielli Mosso a Pino Torinese, Torino
Leonardo Mosso ha costituito a Torino, nel 1979, insieme a Laura Castagno, architetto, artista e compagna di una vita, al padre Nicola Mosso e ad alcuni amici artisti e architetti, l’Istituto Alvar Aalto con sede a Pino Torinese, poi ampliato, cinque anni più tardi, con il Museo dell’Architettura, Arti Applicate e Design. Fa parte dell’Istituto, in una sorta di sede decentrata, la casa studio di via Grassi a Torino, progettata da Nicola che qui ha lavorato e vissuto e nella quale trova spazio l’archivio della sua opera, in parte condivisa con Leonardo. L’Istituto di Pino Torinese è collocato invece all’interno di una grande villa storica sulle colline torinesi e accoglie un corpo molto vasto, parzialmente ordinato, di testimonianze del Novecento, oltre all’archivio dell’opera di Leonardo e di Laura. Il Museo è distribuito in numerose stanze contigue che a oggi risultano densamente occupate da riviste, libri, documenti originali e riprodotti, elementi d’arredo, oggetti, plastici, schizzi, disegni tecnici, fotografie, dipinti, sculture, che convivono per accostamenti tra loro, parallelismi, contrasti, a seconda della ricerca che gli abitanti stanno conducendo o della volontà di proporre un particolare taglio di visita. Le acquisizioni e le donazioni ricevute sono il frutto di una vita di studio, di ricerca e di incontri con artisti, architetti e intellettuali del Novecento. L’origine di molte relazioni internazionali, poi coltivate nel tempo, è da ascrivere in prima battuta a Nicola, che si è formato all’Accademia Albertina di Torino e che nel 1927 partecipa, tra i pochi italiani, al concorso per la Società delle Nazioni di Ginevra. L’incontro con le avanguardie e con Le Corbusier rappresenta un momento di svolta e di occasione di rinnovamento nell’approccio al progetto e nelle relazioni professionali. In una recente intervista a seguito dell’acquisizione da parte del Centre Pompidou di una serie di sue opere –altra vicenda proiettata verso l’estero–, Leonardo Mosso ha ben descritto l’evoluzione del suo lavoro, in particolare in riferimento al tema delle strutture a giunto che è divenuto il nucleo centrale della sua ricerca: «Successivamente, ho sperimentato altre connessioni, oltre a quelle meccaniche che avevo applicato nel progetto della Cappella (della Messa per l’Artista, N.d.r.). Per esempio, quelle con giunti elastici, con giunto mobile e con giunti metallici, che mi hanno permesso di comprendere gli alti gradi di libertà offerti dalle strutture come sistemi di trasformazioni». L’ambito riferito all’indagine sulle strutture a giunto e le installazioni messe a punto per diverse istituzioni europee trovano ampio riflesso, a Pino Torinese, all’interno dell’atelier a doppia altezza, probabilmente in origine un fienile, in cui Mosso raccoglie le strutture di una vita –appese, appoggiate, messe in tensione, più recenti e più consunte, colorate, a tinta unita, in legno, in alluminio, in plastica–, un vero e proprio sovrapporsi di ricerche, di spunti e di visioni, che lasciano trasparire la capacità di lavorare non per giungere a un punto di arrivo conclusivo, bensì per portare avanti una paziente ricerca attraverso infiniti tentativi di partenze, di errori e di correzioni –forse il segreto di un eterno presente.